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Iraq: 100mila cristiani in fuga Temono estremismo e povertà
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Iraq: 100mila cristiani in fuga Temono estremismo e povertà

Roma - Una vera e propria diaspora cristiana è quella in atto dall’Iraq verso i Paesi limitrofi di tutta l’area mediorientale. Sono circa 100mila le persone che hanno chiesto asilo politico a Damasco, a Istanbul, a Beirut, ad Amman, ma solo pochissimi hanno visto la domanda accettata.
La popolazione cristiana è in fuga dalla guerra, dall’estremismo religioso ma anche dalla mancanza di occupazione, di speranza per il futuro, di prospettive di vita. È quanto denuncia la Caritas italiana nel numero di marzo del suo mensile, “Italia Caritas”.
«Si tratta di una vera e propria diaspora», spiega Paolo Beccegato, responsabile dell’area internazionale dell’organizzazione caritativa cattolica. Che aggiunge: «La presenza di una componente cristiana e cattolica, caldea, è diventata particolarmente difficile».
«La raccolta di notizie certe e di dati sicuri provenienti dall’Iraq - afferma invece Silvio Tessari, della Caritas italiana, uno degli autori del reportage - è diventata particolarmente complicata. A fornire molte notizie è un coordinamento di Ong; in quanto alla fuga dei cristiani dal Paese è un dato reale, è difficile stabilire un numero preciso, ma l’ordine di grandezza è almeno di 100mila persone, e forse si tratta di un numero sottostimato».
«Ma qualche dato circola - si legge nel reportage - e dà la misura del dramma umanitario in cui vivono gli iracheni: la distribuzione di viveri da parte degli organismi umanitari interessa ormai il 65% della popolazione, oltre 13 milioni di persone. Caritas Iraq - si legge ancora - conferma il persistere di un livello “terrificante” di violenza e insicurezza, e una corrispondente precarizzazione delle condizioni generali di vita della popolazione. La sicurezza non è garantita nemmeno agli operatori umanitari: secondo una stima dell’Ncci, il comitato di coordinamento delle ong in Iraq, riferita da Caritas Iraq, almeno 50 operatori umanitari sono stati uccisi negli ultimi due anni e mezzo». «Si tratta del più alto numero di operatori umanitari uccisi in un solo Paese negli ultimi dieci anni - ha affermato Kasrah Mofarah, coordinatore del Ncci - La situazione è così caotica che nessun tribunale prende in considerazione cause che interessano operatori umanitari, soprattutto perché i gruppi terroristici autori delle violazioni non vengono identificati dalle autorità».
La situazione dei richiedenti asilo e dei profughi dall’Iraq è particolarmente grave, e fino ad ora, secondo la Caritas, è stato scarso l’aiuto fornito in materia di richieste di asilo politico da parte dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. «Ad aprile 2005 alcune Caritas nazionali del Medio Oriente - si legge nel testo - hanno cercato di analizzare la portata del fenomeno. Siria, Libano e Giordania ospitano ciascuno almeno centomila iracheni richiedenti asilo; in Turchia la cifra è molto più ridotta, nell’ordine di alcune migliaia. In realtà, mancando una collaborazione degli apparati governativi con le ong locali, si può fare riferimento solo ai dati raccolti da Caritas e altri soggetti».
«Nei Paesi citati - spiega Caritas Italia - la situazione degli iracheni espatriati presenta diversi punti in comune: nessun riconoscimento dello status di rifugiati, divieto a lavorare, scarsi o nulli aiuti economici, sanitari e scolastici da parte dei governi, pochissime iniziative di aiuto anche da parte dell’Unhcr, l’organismo Onu per i rifugiati. Tutte queste persone vivono nell’attesa: chi di poter tornare in patria quando i rischi diminuiranno, chi di poter raggiungere un’altra nazione, dove ricominciare tutto da zero».
Gli esuli sono migliaia e in continuo aumento: vivono in attesa di un visto per l’Australia e per il Canada, le sole ambasciate aperte alle richieste degli iracheni, rilasciato con molta lentezza (anche anni). La Caritas infine lamenta la crescita dei bisogni sociali della popolazione dall’inizio del conflitto. Nel 2005, nei 13 centri Caritas (di cui 7 a Baghdad) e nei 6 della Mezzaluna rossa sono stati curati 22.053 bambini, con un peggioramento del 25% dall’inizio alla fine dell’anno. L’Iraq, si legge nell’articolo, «quindici anni fa vantava condizioni sanitarie da Stato mediamente sviluppato, mentre oggi presenta standard epidemiologici e di assistenza da nazione sottosviluppato, con un peggioramento della situazione alimentare di mamme e figli, soprattutto nelle zone rurali».
La Padania Online
[Data pubblicazione: 03/03/2006]

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